La smaterializzazione dell'Arte, 1996
Animazione fotografica interattiva: 12 computer, 1 retroproiezione, 1 tavolo di controllo
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Modellazione tridimensionale dello spazio espositivo
"Partito Preso" di Antonella Soldaini. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
Nell’ambito di una iniziativa promossa dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma dal titolo “Partito Preso” in cui si presentano opere di giovani artisti, Umberto Cavenago ha esposto il lavoro: Visioni. L’opera è una anticipazione di un progetto assai più ampio che l’artista, invitato dalla stesso museo romano a rappresentare l’Italia alla 23ª Biennale di San Paolo del Brasile, ha elaborato sul tema proposto quest’anno: “la smaterializzazione dell’arte alla fine del millennio”. Visioni consiste in una serie di immagini digitalizzate che rappresentano dei paesaggi urbani in cui sono visibili delle sculture realizzate tra il XIX e il XX secolo. All’osservatore viene data la possibilità di alterare tali immagini e il modo per farlo consiste nel porre, attraverso l’uso di un mouse, la freccia che compare sullo schermo del computer esattamente su una delle sculture riprodotte e fare “clic”. Grazie a questa semplice azione assisteremo alla dematerializzazione virtuale. Le sculture lentamente scompariranno e quello che alla fine rimane è la visione dello spazio dove queste erano inserite così come doveva essere prima dell’intervento artistico. In questo modo Cavenago sembra aver preso alla lettera la problematica della “dematerializzazione” suggerita dalla Biennale di San Paolo portando alle estreme conseguenze il concetto e attuando un gesto radicale: quello di rendere visibile in modo paradossale e ironico l’attuarsi (seppure soltanto virtualmente) di una vera e propria soppressione. Puntando la freccia sulle opere e interagendo con il computer diventiamo complici di un piano terroristico, vivendo nello stesso tempo un momento di grande liberazione. Una dopo l’altra, sculture dalla pompa monumentale ottocentesca, oppure quelle più moderne dall’aspetto terribilmente pretenzioso, scompaiono davanti ai nostri occhi e lasciano il posto ad uno spazio che riconquista la sua conformazione originaria. Visioni è un lavoro dissacratorio che allegramente smantella un processo mentale a cui si è assuefatti e della cui inadeguatezza soltanto pochi artisti sembrano cominciare a rendersi conto. Posto all’interno di un Museo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la cui architettura ingombrante e trionfalistica rappresenta di per sé un esempio di monumentalismo spinto agli eccessi, l’opera dell’artista milanese, costituisce concettualmente un vero e proprio attentato a tutto ciò che lo circonda ed obbliga ad una revisione totale della ricerca espressiva. Osservando scomparire le sculture siamo pervasi da un sottile piacere che ci spinge in modo irrefrenabile a oltrepassare il nostro limite di sopportazione e a rimettere in discussione tutti i nostri concetti riguardanti committenza privata e pubblica, arte e politica, scultura e territorio. L’opera di Cavenago scaturisce dalla constatazione di un fallimento avvenuto: quello rappresentato dalla scultura posta in relazione ad un paesaggio aperto. Una problematica divenuta da qualche tempo di primaria importanza per questo artista che avverte l’inadeguatezza dei modi tradizionali nei confronti di una realtà profondamente mutata, Un milione di posti di lavoro (1995) e Leon (1996) sono opere realizzate in spazi aperti e che considerano la funzione della scultura in relazione alla natura ed in cui si fa forte l’esigenza di recuperare un ruolo dell’arte ed una sua più profonda ragione d’essere. Soprattutto nel caso di Un milione di posti di lavoro, definita dall’artista stesso un “irrigatore a pedali per coltivazioni intensive” è evidente la volontà di abbandonare completamente il concetto di tradizione alta dell’arte e di riportare la scultura ad una dimensione più umile e concreta. Il lavoro consiste infatti in una bicicletta collegata ad un sistema di irrigazione che dà la possibilità, una volta saliti sulla bicicletta e cominciato a pedalare, di innaffiare il terreno che si percorre. Una scultura quindi “utile”, con una funzione sociale e che crea una possibilità di scambio tra reale e immaginario. Nel passato la scultura all’aperto è sempre stata di tipo religioso o celebrativo mentre nel presente il linguaggio usato rimane di tipo esclusivamente formale. Con il risultato che quello che vediamo sono opere che non tengono alcun conto del paesaggio che le circonda che si caratterizzano per il loro aspetto artificioso e che vengono vissute, da chi poi con questi lavori deve conviverci, come vere e proprie presenze. Dall’insofferenza per questo tipo obsoleto di rapportarsi con il mondo esterno nasce il desiderio di Cavenago di attuare un cambiamento drastico e trovare una più adeguata corrispondenza con le istanze del reale.
Cavenago Milano Est 10 minuti, 2003
Stampa Lambda su alluminio
100 × 140 cm
Eccentrico supporto, 2000
Stampa su alluminio
60 × 60 cm