Nastro trasportatore, 1996
Acciaio inox, nastro in PVC e motori elettrici
29 × 18,5 × 780 cm

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano


Photo © Antonio Maniscalco

n.3 elementi ciascuno 253,3 x 18,5 x 29,0 cm

Milano, 1996
Galleria Raffaella Cortese,
uno spazio espositivo in due stanze.

Il luogo
Le due stanze, luoghi di dimora o dello stare fermo, limitate una dall’altra, dalla parete divisoria si affacciano sul corridoio con il quale compongono l'intero spazio espositivo della Galleria.

L'opera
Il movimento collega le due camere. Si formalizza con un impianto per l’attraversamento, un nastro trasportatore in funzione con movimento elettromeccanico, orientato a bussola, nella direzione est-ovest. Il trasportatore crea un passaggio diretto dall’una all’altra stanza, attraverso una piccola e localizzata demolizione della parete divisoria.

Descrizione
Nastro trasportatore è costruito con tre elementi identici accostati tra loro a comporre un unico dispositivo. Ogni elemento è un nastro continuo, in PVC blu, ad anello, montato su due rulli alle estremità, di cui uno ha motricità elettromeccanica.
I motori dei tre elementi producono un suono che si diffonde nei due differenti spazi.
Il timbro differente è influenzato dai diversi materiali degli ambienti, ma la sonorità propagata uniforma lo spazio, perdura durante il funzionamento e si estingue solo con la disconnessione dalla rete elettrica.

Il rapporto con lo spazio
L'apertura attraverso la parete divisoria, di una breccia tra le due stanze, ha lo scopo di permettere il passaggio ma nello stesso momento demolisce le teorie tradizionali dell’esposizione.
Come un mezzo di produzione, l’impianto si muove ma è bloccato in un rapporto di dipendenza con l'architettura: l'allacciamento elettrico.
L'opera in due spazi, ha attitudini produttive latenti, consentirebbe il passaggio di materiali sfusi, oggetti forse da assemblare ma nulla è in carico.
Il nastro trasportatore è un’icona del lavoro produttivo, evoca la catena di montaggio del ‘900 che con il suo scorrere costringeva l’uomo a movimenti ripetitivi e meccanici.
In questa installazione il disinnesco del potenziale funzionale è dato dalla sua collocazione, dall’orientamento geografico, dal colore e dalle dimensioni.

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Antonio Maniscalco

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Antonio Maniscalco

Installazione alla Galleria La Giarina, Verona

Photo © Antonio Maniscalco

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Installazione alla Galleria Raffaella Cortese, Milano

Photo © Giorgio Colombo

Sabina Spada, Umberto Cavenago. Galleria Cortese, «Tema Celeste», nn. 59-60, Milano 1997

L’installazione realizzata da Umberto Cavenago per questa mostra consiste in un nastro trasportatore di colore blu, il quale, sempre in movimento, percorre lo spazio della galleria passando da un locale all’altro attraverso un buco nella parete. Il movimento – tema ricorrente dei lavori dell’artista – mette in comunicazione i due ambienti, invitando lo spettatore a muoversi dall’uno all’altro per poter ottenere una fruizione completa dell’opera. In tal modo, l’individuo e lo spazio espositivo vengono chiamati a far parte attivamente dell’opera, interagendo con essa e divenendo elementi essenziali alla sua esistenza.

Il lavoro, realizzato con materiali e tecnologie prettamente industriali, è stato rigorosamente progettato secondo le modalità richieste dalla produzione di manufatti tecnologici. Esso, tuttavia, viene privato di qualsiasi funzione ed è molto lontano dall’essere il simbolo di lavoro alienante, come potrebbe apparire da una analisi superficiale: sottratto all’utilità che possedeva in tempi moderni, posizionato secondo la traiettoria del sole, da est a ovest, il nastro perpetua il suo ciclico movimento, senza trasportatore alcunché. Diviene pertanto oggetto di una fruizione puramente estetica e veicolo di possibili riflessioni sullo statuto attuale dell’arte e della scultura, non più interpretabile, quest’ultima, quale statico oggetto di contemplazione. Il moto incessante, inoltre, fa sì che la dinamica spaziale sia immediatamente riconducibile a quella temporale: il nastro in movimento – sorta di meccanica clessidra – accompagna lo spettatore nello scorrere di un tempo regolato e segnato dall’elettricità, moderna fonte di energia che si affianca a quella solare, senza tuttavia sostituirla completamente, nella regolazione dei ritmi vitali dell’essere umano.

Sabina Spada, Umberto Cavenago. Galleria Cortese, «Tema Celeste», nos. 59-60, Milano 1997

Umberto Cavenago’s installation for this exhibition comprises a blue conveyor belt in constant movement that runs throughout the gallery’s space, passing from one room to the other through a breach in the wall. This movement, a recurring theme in this artist’s works, generates communications between the two environments, inviting the spectator to move from one to the other, so as to enjoy the work to the full. In this way, the individual and the exhibition space are both expected to become active parts of the work, interacting with it and becoming elements essential to its existence.

Made using nothing but industrial materials and technologies, this work was designed in strict compliance with the procedures used to produce technological items. Nevertheless, it has been deprived of every function and is a long way away from being the symbol of alienating labour that a superficial analysis might lead to believe it to be: taken out of the context of utility it occupied in modern times and positioned along the axis of the sun’s trajectory, from east to west, the belt perpetuates its cyclic movement without transporting anything at all. This makes it the object of a purely aesthetic use, the vehicle of potential ponderings about the current state of art and of sculpture, no longer open to belated interpretation as a static object of contemplation. Its incessant motion also ensures that the spatial dynamic is immediately related to the temporal dynamic: the moving belt – a sort of mechanical sand-glass – accompanies the spectator in the passage of time, regulated and marked by electricity, the modern source of energy that flanks the sun, without replacing it completely, in regulating the human being’s vital rhythms.